mercoledì 10 gennaio 2018

Sostenere che sostiene: caregiving familiare e percorsi di cura

Il caregiving, ossia il prendersi cura, è un tema molto attuale oggigiorno. In data 27 dicembre u.s. è stata approvata la Legge n. 205, al cui interno è definita e sancita la figura del caregiver familiare non professionale. Così cita la suddetta Legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale (n. 302 del 29/12/2017 - S. O. n. 62): "si definisce caregiver familiare la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell'altra parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto ai sensi della della Legge 20 maggio 2016, n. 76, di un familiare e di un affine entro il secondo grado, ovvero, nei soli casi indicati dall'articolo 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, di un familiare entro il terzo grado che, a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche e degenerative, non sia autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata ai sensi dell'articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, o sia titolare di indennità di accompagnamento, ai sensi della legge 11 febbraio 1980, n. 18". Questa Legge ha un valore importante, in quanto non solo valorizza da un punto di vista economico (è previsto un Fondo come copertura finanziaria dal 2018 al 2020 per interventi legislativi per il riconoscimento della figura del caregiver familiare) il caregiver, ma ne riconosce il suo importante ruolo sociale. Viene evidenziato, in altri termini, il suo fondamentale, faticoso ed oneroso ruolo supportivo, spesso svolto in silenzio ed in solitudine. Il caregiver familiare, infatti, supporta e sostiene sulle sue spalle un fardello di cura ed assistenza (Burden), la cui conseguenza è, sovente, un vissuto di impotenza, tristezza, rabbia. Un'angoscia annichilente e sopraffacente che sembra non aver spazi di elaborazione ed ascolto. Quello che viene definito Burned o "corto circuito" mentale e corporeo, configurandosi in un vero e proprio stress da assistenza. Il caregiver familiare stritolato tra i diversi impegni quotidiani di assistenza, per sensi di colpa e di inadeguatezza, tende a dimenticarsi di sé, del proprio benessere bio - psico - sociale. Da qui, diversi studi ci informano come le tipiche manifestazioni dello stress di assistenza siano depressione, ansia e conflitti familiari, per arrivare a vivere la quotidianità in un costante stato di urgenza. Le implicazioni di perdita di salute divengono rilevanti: uno Studio pubblicato nel 2017 all'interno del Journal of the American Geriatric Society ha evidenziato un collegamento tra lo stress da assistenza del caregiver familiare e suoi ricoveri d'emergenza in Pronto Soccorso (fonte: goodtherapy.org).
Alla luce di tutto ciò, appare fondamentale sostenere, da un punto di vista psico - sociale, il caregiver, non solo da un punto di vista di cura, ossia di riduzione degli effetti iatrogeni dello stress (prevenzione selettiva ed indicata), bensì in un'ottica di promozione del Benessere (prevenzione universale), dove il caregiver familiare diviene il primo agente di cambiamento del suo stile di vita (Zucconi, Howell, 2003) e del miglioramento del suo stato di salute (WHO - Carta di Ottawa, 1986), grazie alla facilitazione del suo empowement personale, delle sue strategie di coping e di hardiness. Ma tutto questo può avvenire solo da una facilitazione della congruenza o corretta simbolizzazione (Rogers, 1957) della sua esperienza emotivo - corporea. Lo stress da assistenza, in tal senso, non permette l'ascolto autentico dei propri vissuti, del proprio vero sé. E' come se il caregiver vivesse e si comportasse come un Falso Sè: per non sentire la paura, le proprie mancanze, l'impotenza, la trsistezza, la rabbia si trincera in una falsa autosufficienza e destrezza, che spesso si trasformano in forme di onnipotenza illusoria. Il caregiver familiare non può permettersi l'elaborazione del Lutto, della perdita derivante dalla malattia. Non può permettersi la paura rispetto al futuro. La rabbia, rispetto al senso di ingiustizia e delle continue richieste. Il caregiver, inoltre, non può permettersi di porre sani limiti a sé ed all'altro che assiste: significherebbe essere egoisti. Da qui, mi sovviene quanto, in accordo al mio paradigma, lo stesso Rogers si trovò a divenire un caregiver per sua moglie Helen: la sua esperienza è descritta in modo toccante e profondamente umano nel suo libro "A way of Being" del 1980: qui troviamo un Rogers (il cui esempio è utilizzato, da me, nelle mie formazioni ai caregivers) autentico, soprattutto in quegli aspetti più scomodi che riguardano la cura ed assistenza. L'Autore, infatti, descrive il suo sentirsi talvolta controllato ed imprigionato in un ruolo per lui difficile da sostenere. Ma proprio la corretta simbolizzazione del suo sentire, della sua sopraffazione gli ha permesso di accettarsi, di volersi bene e ritrovare un amore, forse sopito, verso la sua amata moglie. Da qui, in un'ottica rogersiana, il sostegno e/o la cura del caregiver familiare, individuale e di gruppo, grazie alle condizioni necessarie e sufficienti, quali congruenza, empatia e accettazione positiva incondizionata (Rogers, 1957; 1962), ha le seguenti finalità:
- facilitazione della corretta simbolizzazione dei vissuti emotivi legati alla cura ed assistenza;
- supporto e gestione dello stress da assistenza;
- facilitazione di uno stile di comunicazione e relazione efficaci e funzionali
all'interno delle dinamiche familiari;
- facilitazione dell'utilizzo di strategie di coping e di hardiness (come ad es. la delega delle incombenze quotidiane ed il chiedere aiuto nei momenti di difficoltà).

venerdì 5 gennaio 2018

"Al di là delle attese degli altri" - l'Altro tra campo fenomenologico ed inconscio



Sappiamo bene come la psicologia umanistica si differenzi dalla psicoanalisi per la profonda fiducia verso l’accrescimento e maturazione delle potenzialità intrinseche dell’Essere Umano. Uno dei capisaldi del Paradigma Rogersiano, la pietra miliare su cui si basa la visione della natura umana è proprio la Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951; 1977; 1980), intesa come spinta all’autorealizzazione. Sostenere che la Persona possa scegliere di autorealizzarsi in modo libero e responsabile, implica, a sua volta, all’interno delle relazioni di aiuto, una scelta etica: ancor prima di curare, i terapeuti che si riconoscono in questo approcio facilitano ciò che è già insito nell’essere umano. La propria salute mentale, intesa come congruenza e, di conseguenza, la profonda fiducia verso il proprio organismo, verso il proprio locus of evaluation interno (Rogers, 1951). In tal senso, sappiamo bene come la congruenza o autenticità possa svilupparsi solo se l’ambiente offre quelle “condizioni necessarie e sufficienti”, descritte da Rogers (1957; 1961; 1962): empatia, congruenza ed accettazione positiva incondizionata del sentire della Persona, in termini di profondo rispetto, senza pretesa di cambiamento e di interferenza con i propri valori ed esperienza, del suo campo fenomenico e soggettivo (costruzione dell’esperienza). Da qui, se ne deduce che noi terapeuti rogersiani ci rapportiamo alla realtà di chi si ponte innanzi a noi in una posizione intersoggettiva, dove la qualità della relazione diviene strumento principe di cura e di cambiamento. Tuttavia, la psicoanalisi ci informa, allo stesso tempo, che il bimbo si relaziona con l'Altro non solo in termini reali, bensì in modalità profondamente fantasmatica, dove il fantasma “indica la scena immaginaria in cui il soggetto è presente come protagonista e come spettatore, in cui si realizza l'appagamento dei suoi desideri inconsci (Laplanche e Pontalis, 1973). In tal senso, non è tanto la realtà tangibile, fenomenologica o intersoggettiva dell’accudimento e del contenimento dell’Altro materno che incide sullo sviluppo del bambino (come lo stile di attaccamento), bensì il suo fantasma, ossia l'iscrizione del bambino all'interno del Desiderio inconscio o fantasma materno: “che cosa è stato quel bambino per quella madre” (Pelligra, in Alesiani, Pelligra, a cura di, 2015, pag. 12), in termini di risposta materna al Desiderio del bambino di essere riconosciuto da costei (Recalcati, 2015), e di conseguenza, “cosa è stata quella madre per quel bambino?” (Recalcati, in Alesiani, Pelligra, a cura, di, 2015). Il Desiderio dell'Altro materno verso il bambino si mostra ed è veicolato grazie all’uso della parola, tramite la risposta che la madre offre con la sua presenza al richiamo del bambino (ibidem), umanizzandolo e rendendolo Soggetto.  La madre, infatti, mentre offre le sue cure, parla all’infante, attraverso una lingua fatta, come ci ricorda Recalcati (2015), di gesti, affetti, contatto corporeo. E’ la madre che rende possibile al bambino di entrare nel campo del linguaggio, grazie al suo prezioso accudimento: “l'incontro dell'infante con il linguaggio, il suo approccio con la parola avviene in seguito a un incontro casualmente decisivo: quello con la madre. Il bambino parla in ragione del fatto che qualcun altro, non un individuo qualsiasi, gli parla” (Villa, 2014, pag. 19). Rispondere al desiderio del figlio significa saper rinunciare all'essere un Tutto Materno, una presenza soffocante e totale per il bambino. Questo perché, è solo da un’assenza e dalla sua simbolizzazione che può crearsi la sublimazione creativa e la funzione simbolica del bambino (Recalcati, 2015). In tal senso, l'episodio del “Fort – Da!,  (Freud, 1921) illustra all'uopo come l'angoscia, derivata dall'assenza materna, possa venire sublimata grazie al potere creativo del gioco del rocchetto, con cui si dilettava il piccolo Hernst, nipote di Freud: il tirare lontano il rocchetto (Fort!) ed il suo ritorno (Da!) non stanno altro che a ricreare e simbolizzare l'andirivieni materno; quindi quella preziosa danza tra l'esserci e non, che permette al bimbo di accedere al simbolico. Da qui, la Parola non serve solo ad unire, ma anche a separare, tramite la funzione paterna o Legge (funzione che, prima di essere propriamente del padre, è della madre che offre la sua assenza o mancanza), che permette al bambino di sperimentare rogersianamente il sano limite, ossia che “non tutto è permesso e lecito”. (Boano, 1991) e quindi superare l'onnipenza narcisitica e l'egocentrismo, che gli precludono relazioni basate sulla reciprocità, rispetto e, di conseguenza, empatia. Anche Rogers, infatti, seppur con presupposti di paradigma differenti, si è posto la questione del Limite come base fondamentale di scelte libere e responsabili, dove la libertà esperenziale, appunto, non può essere considerata in modo separato dai limiti (Rogers, Kinget, 1965 – 66) di comportamenti soggetti a disapprovazione.  Da qui, se è vero che il bambino si trova a relazionarsi in modo profondamente intersoggettivo con l'adulto, è altrettanto fondato il fatto che suddette relazioni vengono elaborate e dotate di un peculiare e soggettivo significato fantasmatico o inconscio, per cui diviene fondamentale, non tanto la realtà concreta dello stile di accudimento dei primi anni di vita, ma il loro ricordi, inteso come tracce mnestiche, che si sono impresse in ognuno di noi, in modo unico e soggettivo. l'Altro, allora, non è solo l'ambiente rogersiano facilitante o meno, il viso reale studiato nell'esprimento della Still Face (Tronick, 1978; 2008), ma è il volto materno, inteso come primo specchio del bambino, in cui si riflette l'essenza del desiderio materno, per cui “esplorando questo volto, il bambino fa esperienza del proprio” (Recalcati, 2015, pag. 37). Esperienze primordiali che avranno le caratteristiche di tracce mnestiche, tanto che l'infanzia, per la psicoanalisi, rappresenta il luogo della memoria (Recalcati in, Alesiani, Pelligra, 2014), dove il corpo del bambino è il sito in cui si imprimono le prime esperienze pulsionali, in cui si imprime una traccia non solo di accudimento, come abbiamo visto poc'anzi, bensì di “cura del particolare” (Recalcati, 2012, pag 57), ovvero di presenza fatta di parola, di un “amore fatto di carne e di corpo” (ibidem, pag. 57). Per questo motivo, il “desiderio è assoggettante” (Lacan, 1957 trad. It. Pag. 631), in quanto esso mostra la dipendenza relazionale del soggetto dall’Altro, dalla sua Parola che lo nomina e lo rispecchia. O meglio, l’Altro riconosce il soggetto, nella sua unicità e singolarità, attraverso l’ascolto e risposta della sua Parola, che ne viene appunto, riconosciuta. (ibidem). Ma il Desiderio è altresì assoggettante perché mostra la sua irriducibilità all’essere del tutto simbolizzato, ad entrare nella dialettica dell’intersoggettività (Di Ciaccia, Recalcati, 2000), tendendo a ripiegarsi su se stesso, in modo narcisistico, attraverso un godimento sintomatico indistruttubile (ibidem).  L'Altro, allora, è il nostro Desiderio rimosso ed interdetto, che possiamo conoscere ed esperire solo attraverso un surplus di godimento ripetitivo (quello che Freud chiamò coazione a ripetere), quindi attraverso un determinato sintomo nevrotico, che cerca di riprodurre, anche in modo sofferente, un soddisfacimento pulsionale rimosso. In tal senso, il sintomo, oltre ad essere, una spia unica ed irripetibile dello stato di incongruenza o di ansia della Persona, è anche un significante fantasmatico, un’angoscia che parla della verità del Soggetto rispetto al suo Desiderio inconscio. Allora, se lo scopo della psicoterapia rogersiana è facilitare nell’Essere Umano la sua peculiare, unica ed irripetibile Tendenza Attualizzante, in termini di scelte libere e responsabili, e soprattutto, soddisfacenti, se necessario al di là di ciò che si aspetta l’ambiente di riferimento (Rogers, 1961), forse sarebbe importante chiedersi, senza snaturare il proprio paradigma di riferimento, 
al fine di riscoprire la propria responsabile libertà ed il proprio peculiare modo di essere, quanto questo Altro, che ci ha investito di desiderio, faccia ancora presa su di noi.

(immagine: R. Magritte)

mercoledì 29 novembre 2017

La Tendenza Attualizzante come... Lampo di Genio!

Etimologicamente la parola Genio rimanda a caratteristiche, disposizioni o attitudini naturali.  Interessante notare, inoltre, come nell'antichità la parola Genio, intesa come Tutela, fosse attribuita a determinati luoghi o persone. Il Genio, da qui, è una dote naturale di valenza profondamente protettiva. In termini rogersiani, potremmo sostituire Genio con Tendenza Attualizzante (1951; 1961; 1977; 1980), ossia con la nostra Dote innata, sommamente creativa ed originale, che tende a proteggerci e direzionarci anche nelle condizioni più sfavorevoli. Avete presente, ad esempio, quando tutto sembra andare a rotoli? quando sembra che la sofferenza sia un baratro nero, un buco senza fondo, da cui sembra impossibile emergere?. Beh! Ad un tratto, quando ci sembra di aver toccato il fondo, di non avere un appiglio, ecco che il nostro Talento, il nostro Genio richiama la nostra attenzione. Ecco che le le nostre attitudini, la nostra creatività reclamano degna presenza protettrice. Un Lampo di Genio nasce all'improvviso. Una frenesia interiore di creare, di dare sfogo alla propria passione interiore. Ci sentiamo, come ben descritto da Rogers (ivi), direzionati verso la nostra autorealizzazione, verso un moto interiore di crescita, unico ed irripetibile. La nostra Tendenza Attualizzante prende vita. All'improvviso. C'è dentro di noi qualcosa che ci attrae, che ci fa sperare, che non vuole arrendersi, che vuole ricominciare, nonostante il dolore, le perdite, le frustrazioni. Abbiamo germogli che vogliono fiorire, anche in condizioni sfavorevoli, anche in modo disperato (Rogers, 1980), magari che può sembrare futile (ivi). Ma è pur sempre un tentativo. Come quei, ormai famosi, germogli di patate che cercavano in tutti i modi di crescere e svilupparsi verso la Vita (ivi), verso un Lampo di Luce! La Tendenza Attualizzante è anche questo: un Lampo, un pensiero, un'emozione istantanea, una sensazione piacevole, un'azione assertiva e resiliente, un vedere con occhi nuovi la nostra realtà. Una creazione geniale. Una forza potente ed irreversibile: "Nel trattare con clienti le cui esistenze erano terribilmente complicate, nel lavorare con uomini e donne tra le pareti degli ospedali, penso ai germogli di quelle patate. Le condizioni in cui queste persone si sono sviluppate sono state così sfavorevoli da far sembrare le loro esistenze anormali, pervertite, scarsamente umane. Eppure, si può fare affidamento alla tendenza direzionata che alberga in loro. La chiave per capire il loro comportamento è che esse stanno lottando, con le uniche modalità che sentono di avere a disposizione, per muoversi verso la crescita, verso il divenire. Per le persone senza problemi, i risultati possono sembrare strani e futili, ma essi sono i disperati tentativi della vita di diventare se stessa. Questa potente tendenza costruttiva è la base che fa da sostegno all'approccio centrato sulla persona". (Rogers, 1980, trad. it., pp. 103 - 104).
Una tendenza alla Sopra - Vivenza, come ben evidenziato da Viktor Frankl, grande neurologo e psichiatra, sopravvissuto all'internamento dei Campi di Concentramento, che ha dedicato tutta la sua vita ad offrire Parola alla sofferenza, al fine di facilitare nella Persona, appunto, la sopra - vivenza al Dolore. Sopra - Vivere, infatti, significa vivere sopra al rischio di annientamento dell'Essere, trascendere la sofferenza che rischia di farci impazzire. Trovare la nostra dignità e le nostre potenzialità di Esseri Umani.

mercoledì 25 ottobre 2017

I saperi di uno psicoterapeuta rogersiano

La conclusione di ogni anno di studio presso il nostro Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona (IACP) era davvero molto emozionante. Emozionante per il fatto che, oltre all'autovalutazione cognitiva e all'esposizione di una tesina argomentativa, uno spazio era ed è tutt'ora dedicato a quello che chiamiamo "Autovalutazione". Un vero e proprio esercizio di congruenza, non facile, in quanto presuppone una certa onestà nel percepirsi e considerarsi, non solo come persone, bensì come professionisti. L'autovalutazione copre, da qui, tre aree del sapere: il "sapere", il "saper fare" ed, immancabilmente, il "saper essere" (IACP). Questa premessa mi è utile per introdurre cosa significhi per un rogersiano la "qualità dell'incontro interpersonale" (Rogers, 1962), ovvero quell'elemento (ivi) considerato più importante nel determinare l'efficacia della relazione, non solo terapeutica, bensì di tutti quei rapporti in cui "almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato nell'altro" (Rogers, 1961, trad. it., pag. 68). In tal senso, Rogers ci tenne a sottolineare come alla base della riuscita delle relazioni di aiuto uno degli elementi più funzionali ed efficaci, non fosse tanto la preparazione teorica e professionale, bensì la possibilità, della persona che offre il suo supporto e, nel caso specifico della clinica, del terapeuta di essere sufficientemente congruente, empatico ed accettante (Rogers, 1957;1961;1962; 1980), al fine di offrire al cliente un ambiente e clima facilitanti il suo processo di cambiamento. In altri termini, è fondamentale che il cliente possa percepire (Rogers, 1957) la qualità della sua presenza, del suo esserci nel qui ed ora della relazione. Ciò non significa assolutamente che la conoscenza teorica e la preparazione professionale non siano importanti: Rogers, in "Terapia Centrata sul Cliente" del 1951, nel capitolo dedicato al percorso formativo per i futuri terapeuti, indicò tra i requisiti un buon bagaglio culturale che non riguardasse solo la psicologia, bensì la filosofia, la letteratura, la biologia... E' l'utilizzo di questo sapere che fa la differenza. Il Sapere a cui si riferisce Rogers, alla stregua del concetto di diagnosi, non è un insieme di nozioni monolitiche, e, soprattutto, definenti la persona che abbiamo davanti: il Sapere riguardante i processi e funzionamenti psicologici, i criteri diagnostici, etc. non ha assolutamente lo scopo di affibbiare un'etichetta che definisca tout - court il soggetto sofferente che ci chiede aiuto. Il Sapere a cui ci riferiamo, da qui, non deve rappresentare una nostra modalità difensiva dall'incontrare autenticamente un'altra persona. Non deve rappresentare un baluardo contro l'emersione di eventuali angosce che l'Altro ci suscita con le sue emozioni e parole. Non deve divenire quella cortina di ferro che ci fa sentire al riparo, non solo dalle emozioni altrui, bensì dalle nostre, che ancora temiamo e  che, di conseguenza, distorciamo e non riusciamo a simbolizzare correttamente. Il Sapere, compreso anche quello diagnostico, a cui si riferisce Rogers, è uno strumento utile di conoscenza, ma che, se preso da solo, non è sufficiente a comprendere la persona che abbiamo davanti. E' un punto di partenza, un'ipotesi che può direzionarci verso la scelta o meno di un determinato trattamento di cura. Il Sapere è un mezzo per utilizzare le "condizioni necessarie e sufficienti" (Rogers, 1957) in modo profondamente soggettivo ed unico, perché unico ed irripetibile è il cliente che abbiamo davanti. Un Sapere che può diventare utile solo se accompagnato da un "saper fare", quindi un saper trasferire nella pratica d'aiuto ciò che il terapeuta ha appreso e compreso, attraverso un'educazione confluente (Bruzzone, 2007), ossia attraverso l'integrazione degli aspetti cognitivi/ideativi ed emozionali dell'esperienza, e, soprattutto, da un "saper essere", cioè l'essere,"senza timore, la complessità dei propri sentimenti" (Rogers, 1962, trad. it., pag. 90). Questo perché "quanto più il terapeuta è genuino e <congruente> nel rapporto, con tanta maggiore probabilità la personalità del cliente potrà modificarsi in quella stessa direzione" (ivi).

© Francesca Carubbi

© M. Schulz

"Da Donna a Madre. Da Madre a Donna". Ciclo di incontri di gruppo al femminile, mercoledì 22 novembre 2017, ore 20, Fano (PU)

GRUPPI ESPERENZIALI "DA DONNA A MADRE, DA MADRE A DONNA", mercoledì 22 novembre, ore 20 - 21:30
Mercoledì 22 novembre, dalle ore 20, prenderà avvio un ciclo di incontri di gruppo esperenziale (approccio rogersiano e bioenergetico), a cadenza quindicinale, dedicato alle mamme ed al loro complesso e delicato equilibrio nel conciliare il loro essere madri con l'essere donne, ossia con i loro spazi e desideri personali.
I gruppi si svolgeranno presso lo Studio Daimon, via B. Croce 1/a, Fano (PU).
Agli incontri si accede previa iscrizione (ai fini dell'iscrizione è previsto un colloquio conoscitivo da concordare, con le psicologhe)

Per info, costi ed iscrizioni:
Dott.ssa Francesca Carubbi, 338/4810340
Dott.ssa Annalisa Caprara, 331/1572439.
In allegato, la locandina


mercoledì 20 settembre 2017

Gruppi Esperenziali Rogersiani e Bioenergetici - 18 ottobre 2017

Da mercoledì 18 ottobre, prenderà il via un ciclo di incontri di gruppo esperenziali ad approccio integrato rogersiano e bioenergetico, per la gestione dello stress. Gli incontri avranno cadenza mensile e si svolgeranno presso lo Studio Daimon, via B. Croce 1/a, Fano (PU), dalle 20 alle 21.30. Ai gruppi si accede previa iscrizione (minimo 5 e massimo 10 partecipanti).

Per info e costi:

Dott.ssa Francesca Carubbi, psicologa e psicoterapeuta rogersiana: 338/4810340; info@psicologafano.com
Dott.ssa Annalisa Caprara, psicologa e psicoterapeuta ad indirizzo bioenergetico: 331/1572439; annalisa.caprara80@gmail.com